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Quest’anno la Finlandia, in ambito Power Metal, ci ha regalato un buon album partorito dai grandissimi Stratovarius: Polaris; ottimo come-back da parte di una band che sembrava aver perso la rotta. Oggi, dopo un fortunato, ma altrettanto criticato, Unia; tornano i compaesani Sonata Arctica con un nuovo lavoro che, a giudicare dalla sola copertina, promette molto bene. Ma la domanda che tutti si pongono è: The Days Of Grays sarà un back to the roots o un album che proseguirà sulla scia del precedente Unia?
Mettiamo subito in chiaro una paio di cose in modo da evitare inutili dibattiti. The Days Of Grays è un disco che o si odia o si adora. Teoricamente chi avrà apprezzato il precedente Unia non rimarrà deluso ma, chi aveva criticato il precedente album forse farebbe meglio a lasciare questo album sullo scaffale riascoltandosi album come Silence o Ecliptica, proprio perché questa ultima fatica dei Sonata Arctica è la naturale evoluzione di Unia.
Che ci crediate o meno, io sono uno di quei pochi che ha apprezzato il precedente album. Sarà che ho conosciuto i Sonata Arctica proprio grazie a quell’album, ma non trovo che Unia sia un brutto album così come descritto su milioni di siti web. Certo, capisco che per chi già conosceva i Sonata Arctica si sarà trovato davanti ad una band con un sound completamente stravolto però, a mio parere, era anche un disco che andava capito e che doveva essere ascoltato senza pregiudizi e soprattutto con mentalità aperta.
Proprio in occasione di questa recensione ho rispolverato Unia e mi ha fatto un’impressione un po’ diversa da come me lo ricordavo. Sono venuti a galla molti difetti che prima non avevo notato ma riesco ancora ad apprezzare diverse canzoni, per cui Unia rimane, per il sottoscritto, un lavoro discreto.
Con Unia i Sonata Arctica avevano abbandonato del tutto quel sound che loro stessi avevano forgiato eliminando anche quell’immediatezza che aveva sempre contraddistinto gran parte delle loro canzoni. Più o meno la stessa cosa succede nel 2009 con The Days Of Grays. Ed ecco quindi che arriva la nota dolente, precedentemente accennata, per i fan attaccati al vecchio sound della band: The Days Of Grays è l’evoluzione di Unia, quindi non sperate in un back to the roots. I Sonata Arctica sono cambiati ed hanno intenzione di continuare per la loro strada.
La cosa che mi fa più piacere però è che, The Days Of Grays, sviluppa in meglio tutte le caratteristiche di ciò che trovavamo nel precedente album ed aggiunge anche qualcosina di nuovo. Innanzitutto le atmosfere si fanno più “dark”, le canzoni sono più varie e, cosa non meno importante, i brani sembrano finalmente essere legati insieme da un filo logico. Diversamente, in Unia trovavamo delle canzoni che sembravano essere messe alla rinfusa all’interno della tracklist, discontinue e slegate tra di loro. Nel nuovo album invece si trovano belle canzoni, una dietro l’altra, che fanno subito capire all’ascoltare che i Sonata Arctica hanno finalmente dato alle stampe un album di buona fattura.
La strumentale Everything Fades To Gray introduce l’album grazie ad atmosfere sognanti che ci accompagneranno fino a quello che, a mio parere, è l’episodio più riuscito di questo disco: Deathaura, brano epico dalla durata complessiva di 8 minuti ma che, fortunatamente, non annoia l’ascoltatore grazie ai vari cambi di tempo e ad una struttura ragionata. Il brano viene aperto dalla voce femminile della bella Johanna Kurkela e piano piano decolla, anche grazie all’ottima interpretazione da parte di Tony Kakko. E qui già si iniziano a sentire le varie venature provenienti dal precedente Unia ma possiamo subito notare che è stata aggiunta una bella dose di “varietà” all’interno del contesto dei brani, diversamente da Unia dove la monotonia faceva da padrona in diversi brani. Altro punto a favore di questa traccia è l’ottimo assolo di chitarra che non potevamo trovare in un album come Unia. Deathaura si conferma veramente un ottimo brano che lascia ben sperare per il resto dell’album.
Seguono le due canzoni che erano già state presentate nelle scorse settimane: The Last Amazing Grays e Flag In The Ground; decisamente meno elaborate di Deathaura ma non per questo meno piacevoli. Subito dopo troviamo una piacevole ballad intitolata Breathing, nulla di speciale, aspettatevi il classico “lento” Sonata Arctica style; però una nota di merito va alla fantastica armonia disegnata dal pianoforte. Sopraggiunge poi un altro dei migliori pezzi di The Days Of Grays: Zeroes, seguito a ruota da un altro brano azzeccatissimo come The Dead Skin (peccato solo per l’intermezzo un po’ troppo “dispersivo”). La successiva Juliet sembra una traccia scartata direttamente dal precedente album e riproposta su questo platter, canzone ben riuscita ma che sa troppo di già sentito. L’album recupera punti con No Dream Can Heal A Broken Heart, introdotta da una fantastica melodia. Nel bel mezzo del brano torna ad essere protagonista la voce di Johanna Kurkela che sfoggia una tonalità non troppo lontana dalla famosissima Sharon Den Adel (Within Temptation). Ottimo brano ed ottima interpretazione da parte del duetto Kakko/Kurkela.
Si arriva ad un punto in cui si pensa di aver già sentito tutto ma, l’accoppiata As If The World Wasn't Ending / The Truth Is Out There delizia l’ascoltatore con atmosfere sognanti e melodie piacevolissime che, in un batter d’occhio, ci riportano ad una melodia già sentita. Quest’ultima appartiene alla traccia di apertura ed altro non è che una versione rivisitata dell’opener Everything Fades To Gray, riproposta in una versione più estesa e con la presenza della voce di Kakko. Brano molto riuscito che, anche in chiusura, eleva gli standard qualitativi del disco.
Non saprei dire in che genere rientri questo album ma oramai i Sonata Arctica non possono più essere etichettati come “Power Metal classico”, perché nel loro sound troviamo elementi provenienti da generi come Heavy Metal e Hard Rock; con quel leggerissimo tocco sperimentale che non guasta mai. Di Power Metal, inteso nel senso più classico del termine, non c’è nulla; ritengo invece che sia presente una buona dose di Power Metal moderno. Un Power Metal che apre le porte a nuove sonorità e a varie influenze musicali. Preferisco quindi questa soluzione piuttosto che mille album di Power Metal “puro”, ma poco ispirati. Se i Sonata Arctica continuano per questa strada, per me va più che bene, ma sono consapevole del fatto che questo album verrà snobbato dalla maggior parte degli ascoltatori.
Le tracce che compongono The Days Of Grays sono più o meno tutte agli stessi livelli, con l’eccezione di Deathaura, Zeroes, The Dead Skin e No Dream Can Heal A Broken Heart; brani che si trovano un gradino più in alto rispetto agli altri. Le trame quindi si fanno più complesse e gli intrecci tra chitarre e melodie di sottofondo diventano leggermente più complesse rispetto al passato recente. Per descrivere The Days Of Grays vi direi: prendete Unia, aggiungeteci dei brani più ragionati, degli intrecci mediamente più “complessi”, delle trame dark, una buona dose di varietà ed un po’ di Power Metal in più; mescolate ed unite il tutto ad una maggiore maturità artistica raggiunta da parte della band ed il risultato sarà questo album.
Alla fine non mi rimane che dire più o meno ciò che ho detto in apertura: se vi era piaciuto Unia, comprate ad occhi chiusi The Days Of Grays, il cui sound appare più appesantito e decisamente più piacevole rispetto al precedente platter. Senza contare che The Days Of Grays sviluppa tutti le migliori idee del precedente lavoro dando vita ad un album decisamente più riuscito rispetto al discreto Unia ma anche molto meno sperimentale (e questo è un bene). Per chi invece non aveva apprezzato il precedente disco, penso proprio che rimarrà deluso anche da questo, se lo ascoltate lo fate a vostro rischio e pericolo.
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11 Commenti
scusa per l'OT ma ti volevo ringraziare per gli auguri.
Non ho mai ascoltato questo gruppo però prima o poi dovrò farlo magari a cominciare da questo album.
Lost ascoltalo, sono molto bravi fidati ;)
Sono veramente d'accordo con questa recensione. I Sonata Arctica sono il mio gruppo preferito e il loro stile si è evoluto seguendo i miei gusti!
Unia, personalmente, l'ho trovato un album fantastico, quest'ultimo lo devo ancora scoprire bene, ma già mi piace parecchio!
Comunque non è come tanti dicono, i Sonata NON SONO MORTI... sono solo evoluti, sono cambiati.
Sarebbe bello però, se fra uno o due album, tornassero indietro e ne facessero uno vecchio stile, uno solo! Sarebbe una figata!!
Io sono un fan accanito dei Sonata, tanto che non ho mai trovato "un difetto" o qualche riff o solo che non mi andasse giù nei loro brani, per me sono perfetti come sono, veramente, e apprezzo sia l'Old Style di Ecliptica fino "al nuovo" di Unia e quindi a questo evoluto di The Days Of Grays.
Niente da dire. Anzi, li adoro.
Siamo nel progressive metal più emblematico direi, che basta mettere la parola "progressive" ed uno si sente legittimato a fare un pò come cavolo gli pare, anche brani pop...
Peccato Sonata mi siete veramente morti... le due tracce immesse nella rete prima di tutte le altre mi avevano fatto ben sperare, la copertina idem, il resto è solo un pianto...
E giusto le lacrime mi restano...
Io l'ho ascoltato tutto e vi assicuro che è bellissimo! Tutte le canzoni sono bellissime dalla prima all ultima! I sonata sono mitici spero che continuino cosi :D
Ho sempre amato i Sonata, li ho conosciuti con il "vecchio stile" e li ho seguiti passo passo nella loro evoluzione (non mi sono persa una sola canzone). Condivido a pieno le parole della recensione per quanto riguarda il nuovo album, per me è bellissimo, come tutti gli altri(ognuno, a modo suo). In tutta la loro carriera musicale hanno sempre saputo emozionarmi con le loro melodie, e continuano a farlo, ma in modo diverso.
Ho notato il cambiamento di "Unia", che già si avvertiva nel precedente "Reckoning night", e all'inizio sono rimasta spiazzata, ma poi l'ho capito e l'ho apprezzato. Così è stato anche con il nuovo "the days of grays". Il suond a cui sono giunti oggi i Sonata è il semplice risultato della loro naturale evoluzione musicale, della ricerca di un suono forse più maturo e consapevole :D
a me piace tantissimo zeroes, è la mia preferita.
anche julliet non mi dispiace affatto, ha un bel motivetto di fondo (quello iniziale)
Ma innanzitutto di progressive c'è abbastanza poco. Ve lo dice uno che ascolta roba inascoltabile. Il genere di quest'album è facilmente identificabile con quello dei conpaesani Nightwish, cambia solo la complessità dei brani e giusto due tre cosine.
Pertanto il genere lo definirei Symphonic/Power senza indecisioni.
Personalmente mi piace l'evoluzione dei Sonata. Pur avendoli conosciuti con Unia i miei brani preferiti appartengono ai vecchi album, tuttavia la forza del nuovo stile sta nel complesso e poco nel riff o nel ritmo incalzante. \m/,
Anche per me il pezzo migliore è "The Truth Is Out There", anche se non condivido la scelta di aver piazzato lo splendido ritornello all'inizio e solo un'alta volta poco prima della fine, così non lo si valorizza e anzi lo si sminuisce un tantino!
Al secondo posto invece la bonus track "In The Dark", che ha alcuni passaggi progressive che mi hanno ricordato molto i Camel!
Progressive non per forza significa "inascoltabile", non è che bisogna dare l'appellativo di "progressive" ad ogni "rumore" basta che sia fuori dagli schemi, altrimenti pure una pila di piatti che cascano sono progressive, sono d'accordo con Alessandro questo album e molto progressive, pur tuttavia a differenza sua mi piace di più proprio per questo, è la maturità della band va bene così
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