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Poco più di un mese fa ho avuto modo di presentarvi l’album “In Requiem” (potete leggere la recensione qui) della Gothic Metal band britannica per eccellenza: i Paradise Lost. Dopo anni ed anni di sperimentazioni, la pubblicazione di In Requiem riconsegnò a questa band il successo meritato e fece saltare di gioia i fan attaccati alle sonorità più “brutali” dei Paradise Lost che, negli anni precedenti, si erano perse per strada. I fan del Gothic Metal stanno quindi aspettando con impazienza la fine di Settembre per mettere le mani sul nuovo Faith Divides Us – Death Unites Us (d’ora in poi abbreviato in FDU – DUU), ora disponibile in streaming solamente sul Myspace della band.
Con In Requiem, i Paradise Lost, oltre ad aver sfornato un album di alta qualità, sono riusciti a dare un po’ di speranza alla loro nutrita schiera di fan ed ai loro seguaci più “conservatori” che probabilmente avevano voltato le spalle alla band dopo l’album “One Second” (da molti definito come il “Black Album dei Paradise Lost”).
I fan si aspettano molto da FDU – DUU e la loro speranza è quella di ascoltare un album carico di Gothic Metal proprio come il suo predecessore e senza sperimentazioni elettroniche di sorta che avevano contaminato fin per troppo tempo la musica di questa leggendaria band. E così è stato! Non aspettatevi quindi nulla di innovativo ma solo del Gothic Metal vecchio stampo (con un po’ di pulizia sonora in più) con tanti richiami al precedente In Requiem ed, in generale, al periodo d’oro della band (Icon e Draconian Times).
Rispetto al precedente disco non ci sono molte differenze anzi, io reputo questo lavoro molto simile ad In Requiem. Però ci sono giusto un paio di eccezioni che lo differenziano da quel prodotto. Innanzitutto il sound, a tratti, è più pesante di quello del precedente disco ed un esempio ne è Living With Scars; sicuramente la traccia più pesante del lotto che vanta sonorità molto vicine al Death Metal (in alcuni frangenti quella canzone ricorda quasi il sound dei Gojira). Lo stesso discorso vale per la voce di Nick Holmes che, in certe occasioni, si fa ancora più ruvida ed aggressiva ricordando i tempi andati.
Le atmosfere invece sono sempre quelle di In Requiem, così come il sound delle chitarre, ancora una volta protagoniste dei vari brani. Ed un’altra caratteristica ereditata dal precedente album è sicuramente la qualità delle canzoni, ben equilibrate e dotate di trame intricate pronte a regalarvi sorprese ascolto dopo ascolto. Più che altro, rispetto ad In Requiem, ho notato dei brani leggermente meno “catchy”, ma forse per molti di voi questo sarà un bene.
E siccome siamo in tema di canzoni “catchy” lasciatemelo dire, la titletrack dell’album è la gemma assoluta del lotto. Forse nella struttura sarà un po’ banale, poco intricata e tutto quello che volete, ma il ritornello è da urlo, uno dei migliori ritornelli che io abbia mai sentito da questa band. La voce di Nick Holmes, accompagnata in sottofondo da una magnifica sinfonia, riesce ad elevare a livelli estremi la qualità della traccia rendendola unica nel suo genere. Altre tracce spettacolari sono As Horizons End, I Remain, The Rise Of Denial e la già citata Living With Scars; potenza e disperazione scorrono nelle note di questi brani, pronti ad esplodere come una bomba atomica quando meno ve lo aspetterete.
Il difetto di questo album, se così vogliamo chiamarlo (anche perché è un parere totalmente soggettivo), sono le poche emozioni che l’album trasmette. Se In Requiem mi aveva appassionato moltissimo, questo FDU – DUU, pur essendo un disco di buona fattura, non è riuscito a regalarmi le emozioni contenute invece nelle canzoni del precedente album. E’ per questo che secondo me In Requiem resta un gradino sopra all'album in esame. Però sono felice di sentire dei Paradise Lost “ringiovaniti”, con tante idee in testa, con un sound pesantissimo che ricorda gli inizi della loro carriera, con le radici ben ancorate nel Gothic Metal e con tanta, tanta esperienza sulle spalle sfruttata nella giusta maniera per dare vita ad un disco fatto come si deve senza ricorrere a sperimentazioni di dubbia qualità.
Tanti gruppi hanno provato, dopo tanti album sperimentali, a tornare al loro sound originale, ma penso che nessuno sia riuscito a portare a termine il lavoro così come hanno fatto i Paradise Lost. Quando tutto sembrava perso, i Paradise Lost hanno riportato il loro sound alle radici senza problemi, come se tutti quegli anni di sperimentazione non avessero minimamente intaccato la mentalità dei membri della band. Ed il sequel di In Requiem non fa altro che portare avanti il lavoro lasciato in “sospeso” con il precedente album. Quindi se avete apprezzato il precedente lavoro, non fatevi scappare Faith Divides Us – Death Unites Us, non ve ne pentirete.
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PARADISE LOST 
Un Commento
Che vogliamo dire di Universal Dream? La nuova Pity the Sadness!!!
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